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Parrocchia Santa Felicita e Figli Martiri · Fidene, Roma
I nostri Santi Patroni Felicita e i sette figli
FELICITAS CULTRIX ROMANARUM
Una madre romana del II secolo che, davanti al tribunale, invitò i suoi figli a tenere gli occhi fissi al Cielo. La loro testimonianza custodisce da secoli la fede di Fidene.
Feste liturgiche: 10 luglio, Santi Sette Fratelli Martiri · 23 novembre, Santa Felicita
Una madre della Roma imperialeLa vita di Felicita
Felicita discendeva da una delle più antiche famiglie patrizie di Roma, probabilmente la Gens Claudia, e visse nella Roma imperiale del II secolo. Non conosciamo il nome dell'uomo a cui si unì in matrimonio, ma sappiamo che da lui ebbe la gioia di diventare madre per ben sette volte, prima di rimanere giovane vedova.
L'attività di madre premurosa e i pesanti impegni domestici non le impedirono di seguire con attenzione gli insegnamenti della nuova religione chiamata Cristianesimo, alla quale si convertì con tutta la famiglia.
Nella sua casa si tenevano riunioni per celebrare i misteri di Cristo: si leggevano i passi dell'Antico Testamento sulle profezie del Redentore, si narravano i fatti e i miracoli di Gesù e le parole degli Apostoli, per concludere con la celebrazione eucaristica, allora ai primi passi. Quasi certamente per questi riti veniva utilizzata la villa di campagna di Felicita, posta sulla via Salaria, dalle parti di Fidene.
Oltre alla carità di Cristo, Felicita esercitava la carità verso il prossimo: a lei venivano schiavi, abbandonati, vedove, orfani e indigenti di ogni specie, in cerca di pane e di buone parole. Le ricchezze di famiglia erano messe a disposizione della comunità: la santa vendeva generosamente case e terreni, derrate e gioielli, per offrirne il ricavato ai sacerdoti a favore dei poveri.
Ma le lunghe file di mendicanti davanti al portone e i giochi fraterni dei suoi figli con quelli degli schiavi misero in allarme alcuni invidiosi che, contrari alla diffusione della fede cristiana e avidi delle ricompense promesse ai delatori, andarono a denunciarla. Fu così che Felicita si ritrovò davanti ai tribunali per rispondere di un'accusa tanto grave.
Davanti al prefettoIl giudizio
Avuta la notizia dai delatori, i sacerdoti pagani si recarono dall'imperatore, accusando Felicita di essere cristiana e di invitare molti cittadini, con parole e opere, a seguire il suo esempio. Gli dei di Roma, dicevano, erano offesi e le leggi dello Stato violate: serviva una riparazione solenne, altrimenti calamità e sciagure sarebbero ricadute sull'imperatore e sull'impero.
L'imperatore (Antonino Pio, 138–161, secondo la passio; Marco Aurelio secondo altre tradizioni) restò molto turbato, a motivo della nobiltà della matrona. Per un romano convinto era inconcepibile adorare un Dio che la legge aveva condannato a morte come un malfattore, con il supplizio più infamante: la croce. Con dispiacere, ma pensando di fare il bene dello Stato, ordinò di procedere e affidò il processo al prefetto Publio, grande esperto di legge.
Publio lesse con enfasi l'accusa, ricordando a Felicita il dovere che una donna di famiglia senatoria aveva verso le leggi della patria. Poi la dichiarò responsabile delle torture e della morte che sarebbero toccate ai figli se avesse continuato a dirsi cristiana: bastava un granello d'incenso sul fuoco acceso davanti alla statua dell'imperatore, senza nemmeno parlare, per tornare a casa liberi.
Felicita, stretti a sé i figli, guardò il prefetto con occhi di commiserazione e, sorridendo, li rivolse al cielo senza rispondere. Davanti alle minacce e agli strumenti di tortura, vedendo il brivido di paura sul volto dei figli, li strinse di nuovo a sé e gridò, con l'indice rivolto al cielo:
«Figli miei, guardate il cielo! Tenete sempre fissi gli occhi al cielo, dove Gesù Cristo vi attende con i suoi angeli e i suoi santi!»
— Santa Felicita ai suoi figli
Publio comprese che, finché la madre fosse stata presente, le minacce non avrebbero piegato i figli. La fece legare a una colonna e flagellare, poi la fece gettare in prigione. Era il mese di maggio, e Felicita trascorreva ore intere in preghiera.
L'interrogatorioLe risposte dei sette figli
Rimasti senza la madre, i fratelli guardavano con angoscia il maggiore, Gennaro. Il prefetto li interrogò uno per uno, alternando lusinghe e minacce, promettendo gli onori e i piaceri della corte a chi avesse sacrificato agli dei. Tutti, incoraggiati dall'esempio della madre, scelsero di restare fedeli a Cristo.
- PrimogenitoGennaro«Io ho preso a mia guida la salvezza di Dio, ed essa certo mi darà la vittoria sulla vostra empietà.»Sepolto: Catacomba di Pretestato, Via Appia
- SecondogenitoFelice«Lassù non v'è che un solo Dio, ed è quello che noi adoriamo: a Lui offriamo il sacrificio di tutti noi stessi.»Sepolto: Catacomba di Priscilla, Via Salaria
- Terzo figlioFilippo«Non sono dei, ma vani simulacri di marmo e di metallo, che non hanno alcun potere né intelletto.»Sepolto: Catacomba di Priscilla, Via Salaria
- Quarto figlioSilvano«Se temessimo i vostri tormenti di un istante, ci esporremmo ad altri più tremendi per tutta l'eternità.»Sepolto: Cimitero di Massimo, Via Salaria (nelle fonti antiche «Silano»)
- Quinto figlioAlessandro«Io non riconosco altro Dio e padrone che il Signore Gesù: la mia bocca ne dichiara la divinità, il mio cuore lo ama.»Sepolto: Cimitero dei Giordani, Via Salaria nuova
- Sesto figlioVitale«Che cosa è da preferire: morire con la grazia di Dio o vivere schiavi dei demoni?»Sepolto: Cimitero dei Giordani, Via Salaria nuova
- Il più piccolo, meno di sette anniMarziale«Oh, se sapeste l'eterna beatitudine che Dio riserva lassù a quelli che per Lui soffrono e muoiono!»Sepolto: Cimitero dei Giordani, Via Salaria nuova
Il prefetto, costernato dalla forza dei ragazzi, vide il piccolo Marziale alzare gli occhi al cielo, come gli aveva raccomandato la madre.
La testimonianza del sangueIl martirio
Il prefetto comprese che nulla avrebbe indotto la famiglia ad abiurare e cercò di differire i tempi, temendo di apparire incapace agli occhi dell'imperatore. Alla fine dovette trasmettergli gli atti del processo, e l'imperatore ordinò che tutti fossero messi a morte, forse mirando anche alle grandi ricchezze della matrona.
Per non inimicarsi le potenti famiglie della nobiltà romana, affidò le condanne a diversi tribunali dell'Urbe: per questo i luoghi del martirio dei membri della famiglia sono diversi. Durante la stagione della mietitura, le giovani vite dei sette fratelli furono stroncate una ad una, sotto gli occhi della madre.
- Gennaro — flagellato con fruste piombate fino alla morte.
- Felice e Filippo — uccisi a colpi di bastone.
- Silvano — gettato da un'alta rupe, formata dalle cave di tufo nella zona di Fidene.
- Alessandro, Vitale e Marziale — i più piccoli, decapitati.
Una madre che assiste alla morte dei suoi sette figli: non si può narrare nulla di più straziante. Felicita fu martirizzata insieme dal dolore e dall'amore. Ma se immenso fu il suo dolore, ammirevole fu la sua fermezza: più infuriava il carnefice, più lei professava la fede e incoraggiava i figli a sopportare i tormenti per amore di Gesù, ripetendo loro di non guardare le cose della terra, ma il cielo.
Infine anche lei fu decapitata, consacrando con il suo sangue la terra in cui oggi vive la nostra comunità.
La memoria della ChiesaIl culto nei secoli
I corpi dei martiri furono lasciati sul luogo del supplizio come monito per i passanti. Furono poi raccolti dai cristiani e sepolti con onore vicino ai luoghi del martirio. Il grande archeologo Giovanni Battista De Rossi (1822–1894) studiò a lungo dove fossero stati sepolti i sette fratelli con la loro madre.
Già la Depositio Martyrum del Calendario Filocaliano (IV secolo) ricorda al 10 luglio i sette martiri e i cimiteri in cui erano sepolti: Gennaro sulla via Appia, Felice e Filippo a Priscilla, Silano (Silvano) nel cimitero di Massimo, Alessandro, Vitale e Marziale nel cimitero dei Giordani. Felicita compare per la prima volta nel Martirologio Geronimiano, al 23 novembre; la stessa data è ricordata nei più antichi libri liturgici romani, dal Sacramentario Veronese ai Sacramentari Gregoriani e Gelasiani.
Il corpo della santa riposava sulla via Salaria nel cimitero di Massimo, detto poi di Santa Felicita, accanto al sepolcro di Silano. Gli itinerari dei pellegrini medievali ricordano in questa zona le basiliche dei martiri; quello di Guglielmo di Malmesbury (XII secolo) scrive: «Et in altera basilica sanctus Alexander, Vitalis, Martialis, filii sanctae Felicitatis» («E in un'altra basilica [riposano] sant'Alessandro, Vitale e Marziale, figli di santa Felicita»).
La devozione si diffuse soprattutto tra le donne romane, che vedevano in Felicita una concittadina e una donna di casa come loro. La invocavano, lei che aveva avuto sette figli, specialmente quando era loro negata la gioia della maternità. Non lontano dal Colosseo fu rinvenuto un antico oratorio, con una nicchia che raffigurava la santa e i sette figli incoronati da Cristo con la palma del martirio. Una lapide la chiamava «Felicitas cultrix romanarum», protettrice delle donne romane. Si pensa che l'oratorio sorgesse sulla casa di Felicita o sul luogo della sua prigionia.
- Verso il 251Il corpo della santa viene sottratto dai seguaci di Novaziano, il primo antipapa della storia, e più tardi restituito. Sul sepolcro sorge una basilica.
- 313Con la libertà di culto concessa da Costantino cresce la devozione per i martiri.
- 336–354La Depositio Martyrum del Calendario Filocaliano registra al 10 luglio i sette martiri e i loro cimiteri.
- 366–384Papa Damaso fa incidere un carme per il «settimo dei fratelli», ritrovato in frammenti nel cimitero dei Giordani.
- Fine IV – inizio V secoloViene redatta la passio che racconta Felicita come madre dei sette martiri.
- 418–422Papa Bonifacio I, che aveva sperimentato la protezione della santa durante la lotta con l'antipapa Eulalio, abbellisce il suo sepolcro e quello di Silano, vi costruisce un oratorio e vuole esservi sepolto: «qui etiam sepultus est via Salaria, iuxta corpus sanctae Felicitatis martyris» (Liber Pontificalis I, 227–228).
- 439San Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna, compone un elogio della santa martire.
- Fine del VI secoloSan Gregorio Magno, il 23 novembre, tiene un'omelia su santa Felicita proprio nella basilica del cimitero di Massimo.
- 795–816Papa Leone III, vedendo il cimitero abbandonato e la basilichetta in rovina, fa trasferire le spoglie della santa e di Silvano nella chiesa di Santa Susanna.
- 1834Gli scavi della Commissione di Archeologia Sacra riportano alla luce la basilichetta del IV secolo, riconosciuta come tomba della martire. Nelle catacombe sottostanti appare un dipinto con Felicita e sette martiri, identificati dalla tradizione con i suoi figli.
- Novembre 2013La basilichetta di Santa Felicita viene restaurata e riaperta al culto.
Nell'omelia pronunciata presso la tomba della martire, san Gregorio Magno ne fece questo elogio:
«Felicita temette più di lasciare sulla terra i suoi figli di quanto le altre madri temano di sopravvivere ad essi. Fu più che martire, poiché soffrì, in qualche modo, quello che soffrì ciascuno dei suoi sette figli. Secondo l'ordine del tempo fu l'ultima a combattere, ma cominciò il suo martirio con il primo dei suoi figli e non lo terminò che con la morte dell'ultimo. Ricevette così una corona per sé e per tutti quelli che aveva messo al mondo.»
«Noi siamo soliti piangere e disperarci quando Dio ci toglie i figli che ci aveva dato; Felicita, invece, si rattristava al pensiero che i suoi figli non morissero per Gesù Cristo, e si rallegrava nel vederli suggellare la vera fede con il loro stesso sangue.»
— San Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia I, 3
Erano passati circa quattro secoli dal martirio, un tempo abbastanza breve perché la memoria della Chiesa di Roma custodisse ancora viva la verità di questa testimonianza, anche dentro il linguaggio dell'agiografia.
Che cosa dicono le fontiTra storia e tradizione
Il racconto che abbiamo letto viene da una passio, un testo agiografico che gli studiosi collocano tra la fine del IV e l'inizio del V secolo. Gli storici sono concordi nel riconoscere che i martiri sono realmente esistiti e furono venerati a Roma fin dal IV secolo. Discutono invece sul legame di parentela: la Depositio Martyrum ricorda i sette martiri del 10 luglio, ma non dice che fossero fratelli e non nomina Felicita, che compare solo più tardi, al 23 novembre.
L'archeologo Antonio Ferrua ha valorizzato un frammento di epigrafe attribuito a papa Damaso (366–384), ritrovato nel cimitero dei Giordani, dove erano sepolti Alessandro, Vitale e Marziale. Vi si legge:
SEPTIMVS EX NVMERO FRATRVM
hIC VOLVIT SANCTVS MARTYR SVA CONDere membra
ATRIa quod CAELI SCIRET SIBI LONGa parata«Il settimo del numero dei fratelli, il santo martire, volle seppellire qui le sue membra, perché sapeva che da tempo gli erano preparati gli atri del cielo.»
Carme di papa Damaso, frammento (le lettere maiuscole sono quelle conservate sulla lastra)
Per alcuni studiosi questi versi mostrano che la tradizione dei sette fratelli era già nota a Roma al tempo di Damaso. Altri osservano che il carme non fa nomi e non menziona la madre. Nel libro consultato, l'autore conclude che la leggenda della famiglia di Felicita era probabilmente conosciuta da Damaso, ma che da questo non si può dedurre con certezza la sua verità storica: «Nessun dubbio sembra esserci sul carattere leggendario della parentela». I martiri del 10 luglio sarebbero stati riuniti nella memoria del popolo in un'unica festa, chiamata dies martyrum.
Storia e tradizione si intrecciano, ma la sostanza resta: a Roma, sulla via Salaria, una donna e sette giovani diedero la vita per Cristo, e la Chiesa li ricorda da oltre sedici secoli.
Preghiera
Santa Felicita e santi Figli Martiri, che avete tenuto gli occhi fissi al Cielo, custodite le famiglie della nostra comunità, sostenete le madri e i padri nel loro compito e donate ai nostri giovani il coraggio di una fede limpida e fedele. Amen.
Fonti
Racconto tradizionale della passio di santa Felicita e dei sette figli; archivio parrocchiale.
Studio sul cimitero di Massimo e sulla via Salaria nuova, pp. 41–48 (copia in archivio parrocchiale), con rimandi a: Martyrologium Hieronymianum; Depositio Martyrum; Liber Pontificalis I, pp. 227–228; A. Ferrua, Epigrammata Damasiana (1942) e studi del 1967; F. Bisconti (2004).
San Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia I, 3 (PL 76, coll. 1086–1089).
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